Non stai vedendo il mondo. Stai vedendo la tua versione di esso.

C'è una riunione. Tre persone sedute attorno allo stesso tavolo. Il responsabile parla poco, risponde in modo asciutto, non sorride. Alla fine, ognuno dei tre ha una lettura completamente diversa di quello che è successo. Il primo è convinto di aver detto qualcosa di sbagliato e ci rimugina per ore. Il secondo pensa che il responsabile fosse semplicemente stanco e non ci pensa più. Il terzo non ha notato nulla di particolare e si chiede perché gli altri sembrino così agitati.
Stessa scena. Tre realtà. Tutte vissute con la stessa, piena certezza.
Sarebbe comodo liquidare questa differenza come una questione di sensibilità o di carattere. Ma quello che sta accadendo è qualcosa di più strutturale e riguarda il modo in cui il sistema nervoso è costruito per funzionare.
Quando la neuroscienza incontra la percezione
Humberto Maturana, neurobiologo cileno, arrivò a una conclusione radicale studiando la visione del colore: non è possibile distinguere, nel funzionamento del sistema nervoso, tra percezione e allucinazione. Il sistema nervoso non riceve informazioni dall'esterno come se fosse un ricevitore radio. Le genera internamente, usando il mondo come innesco, non come fonte.
Quello che chiamiamo "vedere" è in realtà un processo di specificazione: il sistema produce stati interni che corrispondono alla propria organizzazione, non a una realtà indipendente e oggettiva. Il mondo esterno non entra nel sistema, lo perturba e il sistema risponde secondo la propria storia strutturale.
Questo ha una conseguenza che vale la pena sostare a considerare: ogni percezione è già interpretazione. Non esiste un momento in cui "vediamo" prima di "interpretare". I due processi sono lo stesso processo, inseparabili, simultanei.
Perché il sistema si chiude: la funzione protettiva
Questa organizzazione chiusa non è un difetto evolutivo da superare. È una soluzione raffinata a un problema reale.
Un sistema che rimettesse in discussione ogni percezione sarebbe incapace di agire. La coerenza interna, il fatto che il sistema risponda secondo strutture consolidate nel tempo, è ciò che rende possibile la rapidità, la stabilità, la continuità dell'esperienza. Senza questa chiusura, ogni momento sarebbe il primo momento. Ogni volto, sconosciuto. Ogni situazione, indecifrabile.
La costruzione della realtà è, prima di tutto, una strategia di sopravvivenza cognitiva. E come tutte le strategie di sopravvivenza, ha un costo che si manifesta solo quando le condizioni cambiano.
Il costo che si accumula nel tempo
Il costo emerge lentamente, e si manifesta in modo sottile, quasi invisibile.
Quando la struttura interna è molto consolidata, le perturbazioni esterne vengono elaborate in modo da confermarla. Non per volontà, non per pigrizia mentale, ma per organizzazione. Le informazioni che non si adattano alla mappa vengono ridotte, reinterpretate, ignorate. Il sistema non le rifiuta consapevolmente: semplicemente non le elabora come rilevanti, perché non corrispondono alle categorie che ha imparato a riconoscere.
In psicologia cognitiva questo processo prende il nome di evitamento esperienziale: il sistema tende a non entrare in contatto con stati interni o informazioni esterne che minaccerebbero la sua coerenza. Non è una scelta. È il funzionamento di un sistema che si auto-mantiene, che fa esattamente quello per cui è stato costruito.
Il paradosso diventa allora visibile: più il sistema è stabile e coerente, meno è permeabile all'aggiornamento. La stessa chiusura che protegge dall'incertezza riduce progressivamente la capacità di essere perturbati, cioè di cambiare. E un sistema che non può essere perturbato è un sistema che non può crescere.
Mindfulness come postura osservativa
La pratica mindfulness, in questo contesto, non serve a "vedere la realtà oggettiva". Questo sarebbe non solo impossibile, ma anche l'obiettivo sbagliato.
Serve a rendere osservabile il processo di costruzione mentre accade. Non il contenuto della percezione, ma il fatto che una percezione sta avvenendo. Non "cosa vedo" ma "sto vedendo qualcosa, e questo qualcosa è già una mia versione di ciò che è accaduto".
Questo spostamento di prospettiva, da contenuto a processo, da certezza a osservazione, è ciò che Maturana chiamerebbe portare l'osservatore nell'osservazione. Non elimina la chiusura del sistema. La rende visibile. E ciò che diventa visibile può essere, almeno in parte, interrogato con onestà.
Quello che rimane
La prossima volta che sei certo di aver capito una situazione, una persona, una dinamica relazionale, quella certezza è reale. Il sistema nervoso non produce incertezza quando funziona bene. Produce coerenza e la produce con convinzione.
La domanda non è se la tua lettura sia giusta o sbagliata. La domanda è più silenziosa di così: questa mappa che sto usando, quando è stata aggiornata l'ultima volta? E c'è qualcosa, in questo momento, che non sto riuscendo a vedere perché non corrisponde a ciò che mi aspetto di trovare?
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